Pasquale Funaro

DE LISETTA
CERSOSIMO
TRACTATUS

 

"CHIARO DI LUNA" di  EDVARD MUNCH

Premessa

 

-       Exeunte vicesimo saeculo post Christum natum, infirma valetudine poesis horum temporum affectus,   carmina Lisettae Cersòsimo feliciter invèni -

Oh, ma che succede? Stavo sognando?

Sì, stavo veramente sognando di trovarmi in un'aula scolastica: in cattedra sedeva il professore mantovano Publio Virgilio Marone, con a fianco i commissari Dante Alighieri, William Shakesppeare e Giambattista Vico, ed io stavo seduto al primo banco, così come è stato in tutti i miei anni di scuola, perché ero fra i più piccoli di statura e uno dei primi nel profitto. Ad un certo punto, nel sogno, il professore Virgilio mi chiedeva cosa avevo da dire sulla situazione attuale della poesia, se c'era stata qualche novità nel mio continuo cercare fra gli innumerevoli prodotti poetici degli ultimi tempi. Io, commosso per l'attenzione  e preoccupato di fare bella figura dinanzi a quei tre importanti commissari, pur usando il latino facile del "De Bello Gallico" di Giulio Cesare e non quello aulico dell'oratoria di Marco Tullio Cicerone, cominciavo a rispondere alla domanda:" Exeunte vicesimo saeculo … Sul finire del ventesimo secolo dopo Cristo, stanco della cattiva salute della poesia moderna, ho scoperto fortunatamente la poesia di Lisetta Cersosimo. All'improvviso, però, il suono fastidiosissimo di una sirena d'allarme ha rotto il silenzio di questa notte di mezza estate e interrotto il mio sogno, riportandomi alla realtà di un insopportabile caldo afoso. Sono le ore 3.49 del 5 agosto 2001.

Sono solo in casa; mi alzo dal letto, mi bagno gli occhi con un po' d'acqua e preparo la prima cuccuma di caffè.

……….

 

Perché questo sogno? E perché  quelle persone?

Già!  Mi accorgo subito che, per quanto possa esserci tanta confusione nella mia testa, ormai piena di tante letture, al momento in essa fluttuano ed emergono di più le argomentazioni di Bloom.

Sono argomentazioni che mettono in chiaro alcuni elementi basilari della letteratura occidentale moderna e rendono conto dei motivi delle diverse concezioni della critica letteraria. Infatti, da quando, in tempi recenti, Harold Bloom ha espresso le sue concezioni ( non da tutti condivise ) sulla esistenza di un " Canone della letteratura occidentale", molti autori, critici e attenti - lettori si sono accorti che in campo letterario le cose stanno veramente così, cioè che tutti, prima o poi, hanno dovuto fare i conti con gli illustri "padri" della letteratura che li hanno preceduti. Non che non lo si sapesse, ma nessuno lo aveva scritto e dimostrato in modo tanto esplicito, canonico e convincente come lo ha fatto Bloom. già ne secolo appena svoltato alcuni dei tanti movimenti letterari hanno dovuto di fatto misurarsi e "guerreggiare" con questo "Canone", considerando il loro esito, se non catastrofico, almeno deludente, si è costretti a riconoscere che il "Canone" resiste, indipendentemente dal fatto che lo si condivida o no.

Io non lo condivido in pieno, nel senso che, pur essendo stato detto tutto nel campo della letteratura, ci saranno sempre delle forme "diversamente" nuove e di altra bellezza estetica, in relazione ai tempi, agli usi e ai sentimenti degli uomini di ogni tempo a venire, finché l'uomo esisterà. Per quanto detto, dunque, pur riconoscendo la validità delle argomentazioni di Bloom e ritenendo che è giusto attenersi alla luce di quegli "astri", che il "Canone" riconosce e canonizza come padri delle lettere, io resto, in ogni caso, contro corrente e in maniera spinta, radicalmente individuale. Se non per svalutare i cardini canonici di una critica accademica consolidata e circoscritta a presunti alti livelli di valenza estetica ( che possono essere indiscutibilmente tali, cioè di alto livello, … ma non da soli ), per sottolineare, almeno, quelle poetiche nelle quali è possibile ( dopo tanti pseudo "ismi" ) trovare una forma o un contenuto nuovo, che abbiano un evidente carattere di bellezza, che sappiano trasmettere o suscitare nel lettore, attraverso una immediata comprensione, un gusto estetico, una intima commozione o la scoperta e la cognizione di tanti misteriosi passaggi del pensiero e dell'anima.

Ma vale il pensiero di Jean Paul Sartre, che era un "ostinato difensore dell'autonomia di giudizio individuale, riluttante ed allergico ad ogni inquadramento"; o quello di Edward De Bono: " L'uomo possiede una facoltà  ( tipicamente umana ), una dote : … la capacità di analizzare un problema sotto nuove angolazioni e non solo da punti di vista già collaudati ."

Una folla vociante di scrittori e poeti sconosciuti si ammassa ai confini del mondo letterario "finora esplorato", quel mondo canonizzato o meno che, ormai stanco di conoscenza e colmo di materiale di studio, pieno, cioè, in quantità e qualità, non può più ricevere altro, perché tutto è stato detto, e in tutti i modi. Moltissimi di quelli che stanno fuori da questi confini, metaforiche Colonne d'Ercole di tre millenni di civiltà letteraria, non conoscono il mondo esplorato e, pertanto, credono di aver trovato qualche "pezzo di terra" nuovo; ma non sanno che "quel pezzo" di terra ( quell'idea, quell'intuizione, quella riflessione ) è stato già scoperto e abbondantemente abitato da altri. Ognuno nel mondo ha qualcosa da fare; chi per necessità materiale, chi per bisogno morale. Avendo viaggiato abbastanza nel mondo letterario esplorato, e ormai pago di avere acquisito, se non tutta la conoscenza di esso, almeno la capacità di muovermi nei suoi vari contesti ( pensieri filosofici e tematiche letterarie ), pur sapendo di non potere incidere in alcuna misura sui canoni stabiliti dalle critiche ufficiali e para - ufficiali, mi sento spinto da un incontenibile bisogno morale a superare quelle Colonne d'Ercole, per quella eterna sete di sapere riconosciuta all'uomo saggio, che sa … di non sapere. Per il bisogno di superare " la crisi della  cultura e dei sentimenti in cui viviamo" e " di ritrovare, al di là dell'afasìa e del balletto, il senso e la funzione della parole."

……….

 

In conclusione di questa premesse intendo dire il mio è un proposito, pur modesto, di promuovere ad alta voce e con coraggio un'opera poetica, evidenziandone ed illustrandone il … quid … che la caratterizza, per il quale, secondo me, è degna di oltrepassare i confini della civiltà letteraria. È ciò che intendo fare con questo secondo lavoro poetico di Lisetta Cersosimo, senza alcuna illusione di essere investito dell'unzione sacerdotale di decidere che esso appartenga alla storia della letteratura, e tenendo ben presente che, a volte, come dice Nicolàs Gòmez Dàvila, " il critico coglie nel segno con argomenti assurdi e prende e prende cantonate con ragionamenti coerenti ."

Il mio commento - giudizio di attento - lettore potrà essere ritenuto strambo, ma è il mio commento. Non ho mai tenuto conto di canoni prestampati, mai mi sono preoccupato dell'eccessivo e nauseante uso "politicamente corretto", perché non ho paura di dire ciò che trovo o penso di trovare in un'opera letteraria e di giudicarla, respingerla o apprezzarla per quei valori, positivi o negativi, che essa contiene. È noto che un'opera finisce nel momento in cui l'autore l'ha creata, perché vi ha impresso i suoi sentimenti, soddisfacendo il suo bisogno personale, intimo dell'estrinsecazione, ma è altrettanto noto che l'opera continua, se ne ha le virtù, nei successivi momenti nei quali ogni lettore trova in essa qualcosa che lo colpisca, che lo risvegli, che lo commuova. In ogni caso la mia lettura è sempre onesta e diventa passionale soltanto quando è soddisfatta dell'esito.

 

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"LUNA DI CUORE"

 

E passionale, appunto, è stata la lettura di "Luna di Cuore", secondo lavoro poetico della Cersosimo. Non stupisca il fatto che io parta da tanto lontano, in quanto, come dorò più avanti, è un lavoro poetico inconsueto, perché possiede requisiti nuovi ed eclatanti. Quando un'opera è veramente significativa, intensa e gradevole, allora il "critico" diventa "ascoltare estetico" … senza "pretese metà moralistiche e metà erudite." Pertanto, la sua una critica concettuale, ma una critica come percezione di contenuti e di forme. Come questo mio commento - critico appassionato e partecipe, diventato tale a mano a mano che procedevo alla lettura del testo, come se il mio "orecchio interno" ( vedi Leo Spitzer ) cogliesse di quelle liriche la "configurazione profonda", limitandosi alle manifestazioni visibili, per effetto di un "risvolto emozionale", di una "empatia", e allo stesso tempo per effetto della mia già dichiarata "entropatia".

L'opera poetica della Cersosimo ha, apparentemente una sua ben chiara e dichiarata determinatezza di finalità  e contenuto, pertanto non ci sarebbe bisogno di proporne un'autopsia poetica, una radiografia sentimentale. Ma, poiché è fatta di un materiale altamente prezioso ( forse ricercato, ma sempre culturalmente utile ), è necessario che mi adoperi ad un'operazione di autentico lavoro di scavo e di indicazione critica, per mettere in luce, appunto, la particolarità di questo materiale prezioso, di questo linguaggio pittorico. Mi dispiace se sarò costretto a scomodare le personalità di Nietzsche, di Heidegger, di Levi - Strauss, di Saussure, di Derrida, usufruendo di alcuni loro spunti critici e miscelandoli per una definizione d'insieme unica, complessa ( anche se in apparenza contraddittoria ) di questa poetica formalmente ricca e pregnante; una definizione per al quale occorrerà servirmi del campo e della terminologia dell'arte della pittura, della quale la Cersosimo è anche fedele sacerdotessa. Una poetica, dicevo, ricca e pregnante, perché possiede caratteri molteplici, distintamente individuabili e nel contempo armonici. In essa, infatti, è possibile trovare la paesistica classicheggiante di tendenza elegiaca di un Corot, nella quale, pur nella apparente decostruzione delle figure, la successione invisibile delle linee e le pennellate dense mantengono l'immediatezza della percezione e rendono nitida l'immagine nella luminosità e nei colori. Il miracolo di una liricità e ricerca contemporanea di una forte verità di visione dei motivi pittorici, di una luminosità fresca e mattutina, di una serenità senza tempo, di un'atmosfera sottilmente pensosa: insomma l'armonia classica della forma e del colore, e, nel nostro caso, della espressione e del sentimento. È possibile trovare anche l'esaltazione della fantasia e del sentimento, carattere sintomatico del romanticismo. Ma il romanticismo della Cersosimo non sfugge alla realtà. Come nel realismo  pittorico del Coubert, Ella rimane saldamente piantata sul terreno della vita quotidiana, a dipingere, a cantare il vero; e lo fa cambiando in meglio, e più profondamente, il linguaggio, con le differenti coloriture dell'impressionismo di un Manet, astraendo singoli elementi della Natura o particolari passaggi dell'anima, che descrive con minuzia di colori, rendendoli vivi e palpabili, amandoli e facendoli suoi. Singoli elementi della Natura e particolari passaggi dell'anima che Ella rende in movimento come le opere espressioniste di un Van Gogh. È il caso di dire che, se Van Gogh scriveva col pennello, la Cersosimo dipinge ( anche, e più ) con la penna, con un modo passionale e aggressivo. Potrei continuare in successione con altre forme dell'arte pittorica, evidenziando qualche accenno di fauvismo, di astrattismo, di cubismo e di futurismo: per il momento mi limito a rilevare un accenno di fantasismo, perché la Cersosimo vede il mondo esterno con gli occhi della sua anima.

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Ho conosciuto la poetica della Cersosimo alla fine dell'anno 1999, leggendo il suo primo libro " Che Bel Paese è il mio Paese", edito nel dicembre 1996. Un libro nel quale l'Autrice aveva cantato il suo paese natio di San Lorenzo Bellizzi " come unico e totalizzante luogo della memoria" ( Funaro ), un topos, un luogo poetico personale,   come   la   Livorno di Caproni,    "città dell'infanzia legata al ricordo dei gesti materni" (  Sapegno  ). Le antiche, grezze mura di uno sperduto paesino di montagna sarebbero senza eco, se non ci fosse stato il canto della sua Poetessa. In quella occasione avevo espresso per iscritto le mie riflessioni, comunicandoLe all'Autrice, nelle quali definivo il suo libro " una pubblicazione di alto valore letterario, di ricco contenuto, di bellezza formale e di valore spirituale, umano e sociale." Era stata per me veramente una scoperta! Questo suo secondo libro " Luna di Cuore", edito nel giugno dell'anno 2001, è una riscoperta, ma di più una conferma. Un nuovo lavoro poetico che risulta essere uno splendente diamante di poesia, del quale occorre interessarsi con uno studio più attento per un eventuale bisogno di costruire ( ove se ne abbia voglia ) una fattura archeologica letteraria della Calabria e, perché no?, per inserirlo con giusto merito nella produzione poetica italiana a cavallo di quest'ultima svolta di secolo.

 

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La Cersosimo si affida alla poesia non in virtù di una "ragion pratica", ma in virtù d'una ragione simbolica e significante, che dà carattere alla sua esistenza, permettendoLe di vivere nel mondo materiale ( quello di noi tutti ) con uno "schema significante di sua invenzione". Ella dà " ad ogni modo di vita una proprietà che lo caratterizza"; col suo "comportamento simbolico crea un nuovo mondo, un mondo di idee e filosofie" nel quale vive più "realmente che nel mondo fisico" … e in esso trova conforto, significanza e pienezza di vita. Di conseguenza, la lettura della sua opera da parte mia avviene non nel contesto di un percorso filosofico in una trattazione di antropologia culturale, .a nel contesto della ricerca, ritrovamento e definizione di una proprietà, di una caratteristica speciale, forse unica, che distingua la sua poetica. Una volta trovata questa proprietà, non c'è che da evidenziarla … e parlarne.

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Tematica

In "Luna di Cuore" non c'è la continuità tematica dl suo primo lavoro, cioè l'inno d'amore al suo "paesino" di Sano Lorenzo Bellizzi, dove vorrebbe ritornare risanata fra quelle "cime elevate, dove fioriscono solitarie meditazioni e dove" Lei "non avrà che pochi compagni". Non c'è la diffusa amarezza di un passato perduto; tutt'al più, disponendo la Cersosimo di una consapevolezza e di una serenità d'animo naturale, si potrà rilevare il disappunto per la perdita dell'esistente di un tempo passato. La poesia è un'arte difficile; un universo indefinibile nel quale si sciolgono, con più o meno sfavillio di luci e intensità di rumori, il dolore e la gioia degli uomini. Essa è il respiro pensato, più o meno profondo, dell'anima. E il respiro pensato dell'anima della Cersosimo è un respiro molto profondo e sano, con il quale Ella rimanda al lettore tutto il suo universo lirico; se il lettore è esperto e partecipe, trarrà certamente da questa opera una istintiva commozione ed un entusiasmo leggermente euforico.

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L'atto poetico della Cersosimo è il risultato di un perfetto costrutto tra due preziosi elementi: il suo universo lirico e il suo nuovo indefinibile linguaggio. Qui intendo trattare per primo del suo universo lirico, della tematica di cui è composta questa sua raccolta di liriche. Il paese ( sempre vivo nel suo cuore ), il padre, la madre, la onnipresente Luna, il Sole, la Natura ( nel suo pur mutevole persistere), il paesaggio, la società attuale, il desiderio di un mondo migliore, l'amore per l'insegnamento, il desiderio di preparare degli uomini usi e tendenti al bene. Persone, cose, sentimenti e idee con cui sembra essere in sintonia su un registro di concordanze vissute. Un universo poetico particolare, inteso come civile difesa dell'intelligenza; un universo che, espresso con la forza evocativa di un linguaggio particolare e sostenuto da meravigliosi tralicci scenografici e pittorici, rimanda innumerevoli echi di alta poesia. Con la sua particolare poetica la Cersosimo non si pone alcuna velleità propositiva di nuove tematiche o l'assillo di insolubili problematiche esistenziali. La sua poesia racchiude la memoria serena e le colonne sonore dei luoghi e dei tempi della sua vita. I lucidi ricordi e la bruciante consapevolezza dello scorrere del  tempo vengono superati, ma non rinnegati.

" Sembra che per un processo di alchimia emotiva sia riuscita a superare il turbamento dei pensieri e delle emozioni negative e a conquistare la pace interiore." ( Dalai Lama ).

E' una regia ispirata che La guida, o forse che Ella si propone, cioè che determina prima di "cantare", … o perché questo è il suo "naturale" modo di poetare? Il mondo fisico reale decorato con il suo stile finisce col trasferirsi e fondersi completamente nel suo canto poetico, sicché la sua poesia  diventa espressione visibile, reale. Paesaggi, ricordi, figure di persone antiche, ogni cosa trasfigurata liricamente. Così come le idee, le immagini, i sentimenti e particolari fenomeni invisibili della Natura trovano la loro concretizzazione espressiva in virtù della sua speciale capacità descrittiva.

Alcuni esempi delle pagine in prosa:

-"La durezza dell'età veniva lubrificata come le radici, che scosse dall'interno, s'aggrappano volentieri alla selvatica primavera. " Capacità di scendere nel profondo della spiegazione con delle metafore di sublime levità pittorica.

-       "… Si sentiva piuma in una pluralità e molteplicità di trastulli attutiti, fatti col fiato sospeso."

Espressioni profonde, penetranti, difficilmente fruibili, se non si ha l'animo allenato. Il calore vivo del suo cuore determina una osmòsi ideo - affettiva che Le permette di compenetrarsi in ogni aspetto della Natura e dell'Esistenza, di coglierne e descriverne i caratteri più intimi e molecolari, dando forza e suggestione di mito ad una minima occasione di vita quotidiana. Nelle sue liriche si coglie una prensione impressiva: l'ambiente La circonda, L'avvolge, L'abbraccia, La possiede quasi per osmòsi ( l'ho già detto ), e Lei diventa un tutt'uno con esso, diventa l'ambiente. In ogni suo canto si riesce veramente a vedere in "filigrana" l'immagine del Poeta, di Lei, nella sua essenza spirituale, e … a palpare quasi il plasma della sua presenza. Questa compenetrazione totale provoca il Lei fulminee e profonde impressioni, che La spingono ad un canto intenso, vulcanico, melodioso, dal quale il lettore "immerso" riesce a percepire una trasparenza profumata: quella dei fiori selvaggi dei calanchi, di quelle gole impervie del Pollino, della genziana, della felce lunaria, dell'orchidea selvaggia; la presenza silenziosa dei pini loricati, testimoni eterni, tra la vita e la morte. Un sentimento della Natura vivo, partecipe, forte che, al contrario della Dickinson, non sfocia in quadretti graziosi e un po' esteriori, ma rende l'immediatezza, l'intensità di luci e colori e la drammaticità di ogni scena della vita che La circonda. A sostanziare la sua poesia concorre la ricerca della bellezza in se stessa di ogni realtà "percetta" e "l'originaria consonanza del cuore con la terra e con le rive natie e i succhi diremmo magici di cui l'anima s'imbeve per sempre con le sue aure vitali." Ella ha una fruizione sinestetica  dei diversi campi della Natura: percepisce in uno stato di grazia l'impalpabile armonia del creato, ne vede con gli occhi dell'anima la ineffabile bellezza e ne subisce una blanda deriva, un piacevole, vissuto abbandono. -" Il miracolo della Natura (Le ) provoca lo stupore dell'immaginazione, il piacere dell'osservazione estatica." ( Rousseau )- Il suo sguardo intenso da artista si posa su ciò che La circonda, ne fa materia del suo pensiero,  ma è la sua anima che squarcia e penetra negli oggetti, nei paesaggi, e che ristampa i colori, che fa partecipe l'incanto odorifico delle cose amate. Non credo che Lei sarà gelosa, se a qualcuno, sull'onda delle sue appassionate liriche elegiache, piacerà inseguire e cullarsi nei suoi pensieri. Come non cogliere nella sua poesia quella " … "fascinazione acustica, flusso musicale allucinatorio in precisa consonanza con il meravigliato accoglimento degli oggetti della visione …". Nella lettura di alcuni componimenti a volte accade che alla fine di un lungo periodo, quando ci si ferma per riprendere respiro, ci si imbatta nel suono argentino di un'ultima parola, messa lì a completamento dell'idea, che dà una improvvisa e adrenalinica gioia a meraviglia, come il brillio dorato di un filo d'erba, di " un brin de paille" direbbe Verlaine.

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Il lettore che si sprofonda nella lirica della Cersosimo riesce a cogliere un "gusto raffinato" o "spirito elegante", come quello del "fuga" degli haiku nipponici, con il quale ogni cosa particolare viene trasfigurata in "un 'incantevole sublimità, inaccessibile all'intelletto."

Le cose e i fatti ,filtrati attraverso le sue sensazioni, sono presentati con una analisi restrittiva, sintetica, ma sufficiente a descrivere una scena più vasta, un pensiero più profondo.

……….

 

" La vita dell'uomo non è che una piccola finestra illuminata da poca luce, nell'infinito buio del nulla."( non ricordo l'Autore di questa frase ). Basta questa considerazione per far cadere nell'angoscia e nella disperazione ogni anima sensibile.

Questa coscienza della pochezza e limitatezza dell'esistenza, dello scorrere inesorabile del tempo, della perdita delle persone care e delle cose più belle.  Come a tanti grandi poeti e pensatori, anche alla Cersosimo verrebbe voglia di dire, commossa: " La cosa più insopportabile, più straziante … è questa nostalgia che mi spezza il cuore … Non vedrò più, mai più, il mio sicomoro, sulle dolci rive del Giordano."

Ma l'intimismo della Cersosimo non è quello di una psiche che si richiude in se stessa, che si guarda dentro e si compiange. È quello, invece, della sua anima che esplode nelle cose che La circondano e in esse trova sempre un suo ordinato, sereno riscontro. Nella sua determinata illusione di voler vivere nei suoi ricordi, in quel mondo circoscritto , Ella riesce con la immaginazione a rendere estatica ogni circostanza della sua vita, in una visione pacata, un po' malinconica, ma serena nel suo complesso, e che rifugge dal furore delle anime tormentate. In alcuni momenti della sua poetica si coglie il lamento velato del tempo perduto e parimenti l'insofferenza della realtà attuale, ma non la "noia degli anni che passano tali e quali".

C'è il desiderio, espresso con molta evidenza e sincerità, di una vita serena e armoniosa, vissuta nell'eterno presente della memoria, nei colori nei suoni e nei profumi della sua amata Calabria. C'è la volontà di contribuire in qualche modo al miglioramento della vita sociale e conseguentemente alle condizioni di vita di ogni uomo.

Ella ama l'Umanità, me ne distingue la parte peggiore ( purtroppo la gran parte ), vedendola come un brulichio di formicaio umano che si dibatte scompostamente tra ostacoli metallici e dedali di cemento. Molte pagine in prosa e alcuni componimenti, cresciuti da una profonda tristezza, lasciano una stretta al cuore, una malinconia struggente, come quella provocata dal leitmotiv della colonna sonora del film "Amarcord " di Fellini.

Così come si coglie, quasi in tutte le liriche, una ricchezza di passioni sofferte e di sentimenti, cantati con lucidità e bellezza di voce.

……….

 

La presa di coscienza dello stato attuale della propria esistenza, improvvisa e meditata che sia, suscita dapprima una paura terrificante, come un pensiero improvviso di morte; superato lo stato di paura, si cade in una fase di disperato scoramento, poi ancora di malinconico rimpianto per ciò che si è perduto; poi c'è l'assuefazione all'idea in sé, alla fase esistenziale del momento.

 

 

"S'estivano gli anni

pedissequamente svolti

e si schiomano nelle canicole

le riposte turbolenze

 … in simposio".

 

Gli anni passano, la vita scorre; è passata intanto quell'età della quale ci si accorge (con rimpianto )soltanto quando  è passata, e nella quale forse abbiamo raggiunto il massimo rendimento e goduto tanta felicità, senza esserne stati coscienti. Oggi il "rendimento" … è diminuito di molto, forse è sparito, si è "menopausizzato":

 

" ma in un'ora

di tal grado

l'orologio

non segna l'ora giusta

il seme non è nelle grazie

non genera

non reclama …"

 

Non è più l'ora dell'Amore, bisogna accontentarsi …

 

" a non far più caccia grossa

a non correre più pericoli

a non tremar più come una foglia."

 

Incantevole e commovente la descrizione del passaggio dell'età della donna, nel lento, sfumato, impercettibile degradare psico - fisico e l'accorgersi di non avere più i requisiti per l'Amore.

………

 

Degni di nota i componimenti dedicati alla madre e al padre. La madre simboleggiata nel frutto del fico, che è tutto buono, dolce … pieno di vita:

 

"E dei pingui fichi tu la dolcezza

contieni dalla a alla zeta …"

La madre come origine genito - ancestrale della sua cultura:

 

" Ma il sapere tuo fa le mie poesie

… è il sapere prodotto da sé

che mi gira nella mente

e mi fa ragionare …"

 

Il padre: " Mio padre … punto immisurabile e … basta".

Che si può dire di più e di meglio del proprio padre?!

 

……….

La Luna Cersosimiana

La trattazione della tematica di questo secondo libro della Cersosimo risulta fin qui insufficiente rispetto ai numerosi e vari temi che lo arricchiscono e lo rendono esaustivo riguardo alla conoscenza della vita poetica dell'Autrice; ma anche a voler parlare per molto di tutti i temi in esso contenuti, il risultato sarebbe sempre insufficiente, se non si parlasse del tema principale, di quella "presenza" che "inonda" il libro e sommerge tutti gli altri argomenti: la "Luna". Devo confessare che all'inizio della lettura ho avuto l'impressione che la presenza predominante della Luna avrebbe potuto essere riduttiva dell'ampio respiro poetico della Cersosimo. Mi rendo conto, però, che la Luna ha ispirato una infinità di artisti ; molti hanno fatto riferimento ad essa, è vero! Personalmente la ritengo "inutile": un grosso sasso nello spazio. Se per me l'accostamento alla Luna è riduttivo in relazione al percorso di un'anima rivolta alla ricerca di mete infinite, come condannare, però, tutti quei capolavori artistici ( poesie, racconti, quadri ) che dall'idea della Luna sono stati ispirati? Due casi per tutti: Leopardi, poesia "alla Luna"; Edvard Munch, quadro "Chiaro di Luna", il suo capolavoro. L'uomo nel suo immaginario ha "ridato" vita alla Luna,, ne ha fatto un'icona, una confidente, una consigliera, una ispiratrice. Pertanto, vediamo dove ci porta la Luna di Lisetta Cersosimo. Il titolo del libro dice già tutto in partenza: Ella parlerà della "Luna", perché ce l'ha nel "Cuore". Poi nel finale della dedica, dopo aver offerto questa gemma ( il libro ) del suo spirito poetico al padre, alla madre, al marito e ai figli, la offre                                           " … alla Luna

musa a cui ricorro

per conto e per nome

delle mie più intime

sicuranze".

Ho detto che considero la Luna inutile, un grosso sasso nello spazio, qualcosa che si è spento miliardi di anni orsono, corpo celeste dal "volto stupido". Qualcuno arriccerà il naso e condannerà la mia idea "materialista" . E' che io, forse per una questione d'età, di illusioni passate, ho una percezione dell'esistenza soggettiva delle cose, e vedo la Luna nel suo essere in sé. Ma nulla voglio togliere a questa sublime Poetessa, che è riuscita addirittura a creare una "interazione dialogica" tra Lei e la Luna, la quale " … lavata dall'uso della polvere quotidiana, … splende di una sua luce, restituendoci nelle sue "sinestesie" la poesia della memoria, che trascende il tempo e la storia." Certamente non sarò io a negare quanto sia grande l'influsso della Luna nella "mente e nel cuore dell'uomo". Allo scienziato Giorgio Salvini che, per mostrare la supremazia della scienza sul sognare delle "lettere" sulla poesia, aveva detto: "Ben altro è il cantare la Luna , che il mettervi piede sopra come si è fatto il 20 luglio 1969".

Il poeta Giorgio Caproni aveva risposto ( "La Stampa" del 6 / 6 / 1987 ) " … altro è il cantare Laura, regalandoci per tutto frutto il Canzoniere ( Petrarca ), e ben altro è l'esser riusciti a conquistarla e ad andarci a letto." Ben detto!  … La Cersosimo, così come tanti grandi poeti e artisti, ha ( volutamente ) una comprensione intuitiva della Luna, ne  percepisce la sua esistenza oggettiva, la vede in rappresentazione di "Altro", in una dimensione interiore. Anzi, più di tanti artisti, la vivifica, la personifica, la rende soggetto - oggetto del suo pensiero, compagna del suo cammino spirituale; ad essa si affida e la usa come unico, grande mezzo di rifrazione. La Luna, dunque, sempre nella mente e nel cuore  dell'uomo, sua ispiratrice di sempre. Forse perché "Noi siamo piccoli, imperfetti, influenzati ed influenzabili da una Luna umorale e da movimenti di un cuore essenzialmente fragile." Un cuore piccolo, come l'uomo che aspira a cose più grandi, che anela a spazi fuori dalla sua portata.

Una modestia che ingrandisce la Cersosimo!

Forse, anche, perché La aiuta a sopportare lo scorrere del tempo e il fastidio delle "sconvenienze limitanti d'un affannoso, arbitrario vivere."

La Luna

 

" … la Luna del mio paese e dell'universo intero, è l'idolo che mi regge e mi governa con fermezza"

 

" … baricentro della mia vita … "

 

" Anzi gradisca questo mio pensare senza parti oscure, questo mio accanito trasvolare pindarico sulle ali del pensiero …"

 

 

da Lei

 

" Pecorella  ormai smorticcia e frustrata , croccante come carta …"

che si perde

 

" … in fantasie revocabili come l'eco nell'aria o il sibili del vento che balbetta nei valichi."

 

La Luna e il Sole, uniche certezze immutabili, che restano integre, che non tradiscono, … che, al contrario degli uomini, si comportano bene. E allora è meglio starsene con loro, " sviare all'unisono con la Luna e il Sole."

 

……….

 

Con la Luna la Poetessa vive in simbiosi , in intima associazione, vantaggiosa per entrambi: la Luna, perché viene così ad essere personalizzata ( non più inutile, stupida, cosa morta ) e usata in diversi ruoli; per Lei, perché nella Luna trova una compagna attenta, comprensiva e fedele ( dalla quale non resta defraudata ), con l'illusione di potere instaurare con essa un tacito patto di comprensione scontata e totale. Per tutto ciò, conseguentemente e implicitamente, il libro della Cersosimo diventa una vera e propria apologia della Luna, una apoteosi che essa ( la Luna ) non si sarebbe mai aspettata. La Luna è dunque il tema più importante, principale e totalizzante di tutto il libro: sintesi metaforica di tutta la Natura. La Cersosimo è attratta dalla Luna ( e dalla Natura ) da un trasporto emotivo e intellettuale, quasi appiccicoso, come un " devequt ebraico", che La spinge e L'attira con un entusiasmo fatto di ansia, di desiderio .. . e di speranza, come se essa esercitasse magicamente su di Lei un "influsso certo e quasi meccanico", da divinità vera e propria. Una dea Luna, come la dea Iside del "L'asino d'oro" di Lucio Apuleio, che Egli invoca e implora per riavere la forma umana.  L'unica differenza tara la Iside - Luna di Apuleio e la Luna della   Cersosimo   consiste  nel   fatto  che  Apuleio   ottiene  risposta  dalla   dea   commossa e  impietosita (" Eccomi a te, Lucio, commossa dalle tue preghiere."), mentre la Luna Cersosimiana resta pur sempre muta! Ma questa differenza non incide sulla nostra Poetessa. Ella nutre un grande amore per la Luna, ha un grande bisogno di confidarsi con essa, nella solitudine di un mondo metaforico, virtuale, nel quale c'è posto soltanto per due personaggi: Lei e la Luna, in un rapporto silenzioso, ordinato, solitario, ma grande e intenso.  Eterna testimone delle vicende umane, la Luna spegne lo struggimento per la perdita del mondo della sua infanzia, perché ne conserva la memoria. Il riportarsi nella dimensione lunare La libera dall'impurità di un fastidioso vissuto quotidiano e La rende partecipe dello spirito del mondo. La Luna, quindi, nel suo eterno chiarore di madreperla, come suo punto di riferimento riconosciuto e dichiarato. Non un dio da adorare, come il dio - Luna Nannar - Sin dei Caldei di Ur, ma come amico unico a cui rivolgere l'attenzione, affidare le confessioni, sul quale poter sempre contare, come prima rampa di lancio per percorsi spirituali più lontani, verso un "punto finale". Anche perché la Luna non è contaminata da debolezze e limitazioni  temporali, e dà " un ordine alla - sua - esistenza minorata un po' dal tempo, un po' dalle sconvenienze limitanti d'un affannoso, inesatto, arbitrario vivere."

……….

 

E lunga, ricca, preziosa e affascinante, a volte contraddittoria, è la serie dei termini con cui la Poetessa la definisce.

Sono certo che, se si sommassero tutti i sostantivi e gli aggettivi attribuiti alla Luna dai porti in ogni tempo, non si raggiungerebbe il numero di quelli usati dalla Cersosimo.

Una valanga, una piena torrenziale, uno spettacolo pirotecnico, una vera e propria enciclopedia lunare! Altro che Ceronetti e la sua rivoluzione della lingua, che dovrebbe essere usata per "graffiare, irridere, per fare sberleffi alla Luna"!

O Landolfi e il suo amico che non possono patire la Luna, "… ora buia, nera, fuligginosa, slabbrata e fumosa, cupa … rabbuiata … meno maligna più stupida … contro di lei non c'è niente da fare."

La Poetessa si rivolge alla Luna, invece, con animo buono e sempre ben disposto: la segue, le parla, le si confida, la canta, la dipinge, l'abbellisce e la descrive in tutte le fasi della sua ascesa e discesa nella volta del cielo.

Anche tanti altri poeti hanno parlato della Luna, chi più chi meno, dicendone male o bene, nelle sue tante diversità  fisiche e simboliche.

C'è chi l'ha descritta in un punto di meriggio, come quando "i lavoratori e i viandanti " dicono di aver visto la sua bellezza "affacciarsi sulla Terra dalle finestre del tramonto "; o come

 

" nel mentre

si posa la Luna

su una ciocca

dorata del Sole

al momento

del commiato …"

 

Chi, invece, non soddisfatta di lei, le ha detto:

 

" Tu, intrepida Luna, mi spii

e beffarda ridi

delle mie pene …"

Quella Luna dal

" … crane rasé …

Elle connait les crimes

de ce siècle

ayant contribué

à les éclairer …

La Lune expie se péchés …"

 

Anche la Cersosimo, dopo tanti complimenti ed elogi, la chiama: " luna umorale" e, finalmente, la definisce per la prima volta con un aggettivo non del tutto positivo.

……….

 

La Luna chiamata a testimone e confidente dell'amore che Lei nutre per tutto ciò che Le è caro: la famiglia, il padre, la madre, il suo paese, i bambini che Le sono affidati, il suo prossimo, la Natura in ogni suo piccolo o grande essere, il mondo intero.

Apparentemente sembra che l'orizzonte del mondo sia per Lei soltanto la Luna, quel limite al quale si rivolge, oltre il quale "non va", e nel quale sembra circoscriversi la sua "autosufficienza individuale" e la sua "consapevolezza".

 

……….

 

Il tema preponderante, ripetitivo della Luna potrebbe indurre i lettori a considerarlo il più importante della poetica della Cersosimo; a prima vista sembra che non ne possa fare a meno, e che abbia scritto il libro soltanto per parlare di essa. In effetti, però, se si può parlare di una certa ( rilevante ) consustanzialità tra la sua poesia e la Luna, non è certo questo il rapporto che il buon lettore dovrà trarne nella sua considerazione finale. La Cersosimo si serve della Luna come punto di appoggio, un interlocutore sempre presente e sicuro ( in ogni caso non un "jardin de souffrance" ), a cui affidare i suoi pensieri e le sue considerazioni, in un rapporto ( apparente, ma non vero, in quanto dalla Luna non c'è stata mai risposta ) di interscambio, di risonanza; perché Ella sa benissimo che gli uomini non sempre sono attenti alla ricchezza e allo splendore del cuore di un poeta. Affacciata sul "davanzale" della sua casa, del suo pese, della sua vita, lei si ritrova la Luna dirimpettaia. Una Luna a volte piccola, ben distinta tra le stelle sullo sfondo d'un cielo scuro, a volte grande, luminosa, che offusca le stelle e si staglia in rilievo sullo sfondo d'un cielo sbiadito, supposto. E con essa dialoga, qualche volta ad alta voce, per lo più in silenzio. Dialoga con la Luna, che di volta in volta è amica, compagna, madre, consigliera, confidente, giudice severo, testimone implacabile; con la Luna, che rimbalza la sua anima, irradiandola verso  mete infinite.

 

……….

Natura, paese, Luna sembrerebbero essere i limiti ( angusti, per la verità!) di un suo mondo determinato, una chiusura a riccio del suo vivere, del suo sentire, del  suo pensare.

Ma non è così!

Non a caso Ella riporta, a mo' di esergo, brani di altri illustri autori:

 

" … la notte … mi porge un sogno …"

 

Ripercorrendo un mondo ricco di esperienza letteraria, di percorsi preziosi dell'anima ( Leopardi, Govoni, Rilke, … pessimismo, crepuscolarismo, orfismo ), Ella tenta di superare ( convinta di esserci riuscita, almeno in questa fase positiva della sua poetica ) lo scoramento, il turbamento doloroso dinanzi alla caducità della bellezza della Natura e di tutte le cose belle e serene della vita; tenta di trattenere in "sé la propria infanzia", di" risolvere dentro di sé il suo non - risolto", vivendo per commutarlo in creatività". Una partenza, una spinta ideale, ammirevole e apprezzabile, che Le conferisce autorevolezza di impegno e classicità.  Un tentativo di superare la consapevolezza dell'eterno scorrere del tempo, del passare delle cose, della "Verganglichkeit ", con il suo amore per la Natura, un amore cantato come desiderio per una esigenza d'eternità, per raggiungere quell'irraggiungibile che vince la morte e aiuta a vivere. È chiaro che, per quel che ci insegna l'esperienza letteraria, che nessuno è mai riuscito a tanto;  i tentativi sono stati molti, più o meno ben riusciti nel senso dell'avvicinamento ad una soluzione finale positiva, ma mai capaci di superare l'ultimo, insuperabile spessore che divide la vita dalla morte.

A volte è "sembrato" a qualcuno di superare questo spessore - confine, con il passepartout della forza di un amore sublime, ma la ricaduta al di qua c'è stata sempre ( vedasi il lirismo ardito, penetrante e disperato di Michele Sposato ).

La Cersosimo sembra essere ben consapevole di questa difficoltà, e allora si adagia, per non dannarsi, in una contemplazione serena, commossa, vissuta con ricchezza e profondità di pathos, e si affida ad una soluzione surrogata, che Le consente, cioè, di esprimere tutta la gamma dei suoi sentimenti in un sublime canto poetico, affidandolo ad un intermediario di cui Ella si fida ciecamente, un interlocutore di tante altre grandi anime poetiche.

Affidandosi alla Luna, a quella benedetta, maledetta Luna, sfinge celeste, che mai ha risposto a qualcuno; a quella Luna dal "volto stupido", perché osserva ogni cosa e non parla, perché nessuno sa se il suo silenzio è soltanto presenza inutile, se è derisione di chi soffre, o invece sublime, inspiegabile testimonianza per conto di un Giudice Supremo.

Ed è qui che avviene il miracolo: perché il suo rapporto con la natura, fatto di amore e rispetto, diventa un mito, e alla Luna, testimone "certa e duratura" del suo "sentire solitario", Ella offre quel mito, affinché lo custodisca nella sua veste e funzioni di eterno e affidabilissimo notaio.

 TRIGONO

                                                                                                                        DIO 

                                                                                                                       ·

 

 

 

 

                          LUNA  ·

 

 

                                                                                  

 

 

 

                                                                                     ·

                                                                         CERSOSIMO 

 

 

 

" Luna di Cuore "

" … musa a cui ricorro …"

perché alla Luna la Cersosimo affida il suo cuore, che è il suo tutto, affinché essa, attraverso un "trìgono" ideale, Le permetta di localizzare, concependolo, l'irraggiungibile, eterno e ultimo angolo dove si compie il destino dell'Uomo. Quell'ultimo angolo ove certamente risiede Quel Dio che desidera e del Quale aspetta e accetta in ultima istanza il controllo minuzioso e severo:

 

" … il controllo minuzioso

e severo

di Dio aspetto

e accetto

in ultima istanza.

 

Fra me e la Luna

come l'istmo

fra due mari

la Sua mano

desidero."

……….

 

Alla luce di quanto detto, il mondo poetico di Lisetta Cersosimo  non presenta alcuna caratteristica di drammaticità; nel senso che, pur avendo coscienza dei problemi esistenziali e vivendo nella "realtà presente ", prendendosi cura delle "cose del mondo " e "degli altri uomini " ( Heidegger ), non ne viene condizionata in modo irrimediabile. Certamente c'è in Lei il contrasto tra un'esistenza autentica, che La limita, e quella più autentica con cui vorrebbe essere diversa, più trascendentale, ma questo contrasto non sfocia nella "angoscia"; Ella non si dispera, cioè, per l'impossibilità di una sua esistenza più autentica, non ha paura in presenza del  "niente" e dinanzi alla possibilità della morte. Tanti altri, che sono caduti in questo percorso esistenziale, sono andati incontro ad una esistenza di angoscia e disperazione e ad una certa morte fisica drammatica e prematura. Ella, invece, " abbraccia nell'orizzonte conglobante" della Luna, ha raggiunto volutamente una sua determinazione dell'essere, che La soddisfa e La quieta, e non si pone il problema degli infiniti spostamenti dei "confini dell'essere" ( Carlo Jaspers ).

C'è da ammirare questa sua coraggiosa decisione, che, se apparentemente sembra essere un facile " porre in porto la propria barca", dimostra tuttavia molta saggezza e serenità d'animo: quanto occorrerebbe alle anime sensibili per superare le difficoltà di una esistenza limitativa della propria coscienza.

 

……….

 

La sua non è stata un'idea cervellotica, né una fredda determinazione; piuttosto l'effetto spontaneo, e pertanto sincero, di una passione, di una pulsione dell'anima ( cuore - mente ) , che Le provoca quel comportamento, quel porsi dinanzi alla realtà esterna.

Il suo universo lirico non sarebbe poi dissimile da quello di tanti altri poeti, se non fosse caratterizzato da questa meravigliosa componente finale insita nella sua poetica. 

Cioè dalla confortante soluzione etica di ogni problema dell'anima mediante una conciliazione ragionata e vissuta.

La conciliazione tra "res cogitans" e "res extensa " ( Cartesio ), tra sostanza pensante e sostanza estesa, tra l'Io della Cersosimo e la Natura si consuma e si fonda nel continuo fluire delle sue esperienze, le quali di volta in volta, se non danno di per sé l'idea di una realtà assoluta, ma soltanto di realtà relative al suo illuminato pensiero, La aiutano almeno a conciliarsi col mondo, a superare ogni dramma esistenziale, in una parola, a fondersi in Dio.

 

………

 

Linguaggio

Se l'universo lirico della Cersosimo, pur non dissimile da quello di altri, presenta una sua specifica caratterizzazione che lo rende interessante, ancor più singolare e straordinaria si presenta la sua vicenda poetica in relazione al suo nuovo indefinibile linguaggio. Nel mosaico archellinato del  mondo della poesia la sua opera emerge come una tessera che si distingue per il suo coloratissimo, straordinario e inimitabile linguaggio, che io definisco "affabulazione pittorica". La meraviglia  che genera la lettura delle sue liriche è dovuta al fatto che esse sembrano esser venute fuori da sole, come acqua ( ricca di sali minerali e di altre benefiche sostanze )che sgorga da una fonte "gorgogliante". Al contrario di tanti ( più o meno ) grandi poeti moderni, la cui lirica contratta e ardua molto spesso raggiunge i limiti dell'ininterpretabilità, Ella, pur servendosi, di un linguaggio difficile ( in quanto poco conosciuto e scarsamente usato ), riesce ad offrire un quadro ampio dell'argomento trattato con la sua ricca miniera linguistica, dandogli una mirabile forma di trasparenza espositiva. La "parola", ormai stanca, depreziata della letteratura mode4rna, che ha minato forse in modo irreparabile la purezza dei "classici2, trova nella poetica della Cersosimo una sua "rivincita", una sua presenza: in primo luogo perché viene usata con una impressionante ricchezza, che rende il linguaggio più esteso, al contrario di quello usato quotidianamente per povertà di cultura e di spirito; in secondo luogo perché il suo uso è più preciso e significante, sicché il tema a cui si riferisce (idea, fatto, persona, cosa ) viene presentato in tutti i suoi particolari, viene dipinto, scolpito, cesellato e reso piacevolmente comprensibile ad ogni lettore che abbia un minimo di attenzione e di buon gusto. Una rivincita, una nuova presenza dicevo: quella del linguaggio poetico della Cersosimo, nuovo, ricco, prezioso, azzardato, coraggioso e stimolante ( per la conoscenza di tanti lettori).

Un estro linguistico, il suo, non comune, che meraviglia, incanta e fa trasalire, a volte, per la difficoltà d'interpretazione. Un arnese duttile del quale Ella sa bene servirsi e col quale ha creato una gemma preziosa, un'opera luminescente. A volte sembra che Ella corteggi l'immagine, l'idea, la Luna, ma non è questo il fine di tanta ricchezza di linguaggio. A me sembra che tanta ricchezza, più che acquisita, sia un dono di natura: di quella Natura con cui vive all'unisono. Una cascata di sostantivi, aggettivi, verbi, una ricchezza di termini con cui descrive minuziosamente ogni cosa, ogni scena: la esplicita, l'approfondisce fino all'inverosimile, fino al più piccolo particolare ( apparentemente ) irrilevante, e la rende comprensibile e chiara, purché si conoscano i significati dei suoi termini difficili, ricercati, poco usati nella lingua comune. Bisogna risalire al Manzoni per trovare un gruppo di quattro verbi successivi:

 

" … il Dio che atterra e suscita

che affanna e che consola …"

La Cersosimo fa molto di più!

E non se ne abbia Montale!

" Ascoltami, i poeti laureati

si muovono soltanto fra le piante

dai nomi poco usati: bossi, ligustri e acanti.

… Io per me, amo …

… le viuzze che …

… mettono negli orti, tra gli alberi dei limoni. "

 

Quanta modestia in un poeta come Montale, ma quanta solarità di immagini delle cose semplici della Natura! Per " poeti laureati " Montale intendeva i grandi poeti, affermati, dalla lingua ricca e ricercata; Egli, quando scrisse la poesia " I limoni ", evidentemente non si credeva grande. Lo di venne dopo , ma non osò rinnegare quella sua poesia. Egli voleva dire che era sua intenzione di parlare di cose povere, quotidiane, vicine, e muoversi tra piante semplici come i limoni e non tra piante dai nomi difficili e sconosciuti alla gente comune: bossi, ligustri e acanti.

La Cersosimo forse non è ancora conosciuta come poetessa grande e affermata, ma, pur parlando anche Lei di cose povere, quotidiane, vicine, Ella si  muove tra foreste di piante dai nomi " poco usati " ( quasi sconosciuti ) molto più dei " poeti laureati ".

Come chiamare, allora, la Cersosimo?

Che titolo Le si dovrà dare?

Al vero poeta non interessa un titolo, una qualifica o un grado che dia la misura della sua arte. Noi sappiamo bene che si è poeti sia quando si parla delle cose semplici in forma semplice, sia quando se ne parla in forma più complessa, più ricercata o inusuale. Sappiamo anche che quella di Montale era soltanto una metafora, una apertura del suo discorso poetico, una falsa modestia. Dunque della Cersosimo si dovrà dire che è una poetessa il cui linguaggio, indipendentemente dalla tematica, si evidenzia più di quello di tanti altri poeti, di ieri e di oggi, per la sua particolare ricchezza quantitativa e qualitativa e per la naturale facilità con cui Ella se ne serve.

……….

 

"L'arma del poeta è la lingua.", dice Jean Starobinski; un'arma che la Cersosimo ha saputo usare, perché nella sua poetica ha " stabilito un rapporto tra l'anima e la parola"; e in virtù di questo rapporto, che io ritengo innato, il suo mondo lirico ha trovato una forma particolarmente eccellente, una visualizzazione perfetta, visibile. Ella esprime le sue sensazioni con ricchezza cromatica e dinamismo pittorico, dando animazione alle cose e ai fatti con l'uso abbondante dei verbi e con una aggettivazione precisa, indirizzata, essenziale e condensata, con la quale, inoltre, dà corpo e abbellisce i dati scheletrici, a volte marginali, della vicenda.

" Lo scrittore si rivela nell'aggettivo. Averne la mania, pretendere l'espressione giusta, non ( è )ricerca formale, accademica, gusto dell'elzeviro: piuttosto il segno della maggiore approssimazione a quella verità che lo scrittore intendeva esprimere."

E la Cersosimo riesce perfettamente ad approssimarsi a tutte le verità che intende esprimere, in virtù appunto, del suo particolare, ammirevole ed encomiabile linguaggio. Giambattista Vico diceva che è importante il peso degli elementi fantastici nella poesia, ma oltre al peso ritengo che sia importante il modo e la forma con cui questi elementi vengono presentati. Così come avviene nella poetica della Cersosimo : in essa l'azione, la forma, i colori, i verbi e gli aggettivi scaturiscono consustanzialmente alla estrinsecazione della idea o immagine che si presenta in quel momento. La Cersosimo insegna l'uso della parola; questo è un dato di fatto che nessuno potrà negarLe! Per effetto di questa sua virtù innata Ella riesce a superare ogni normalità di linguaggio e andamento prosastico ( diffusissimo, questo ultimo nella poesia moderna ); riesce a dare una immagine enfatica della sua terra, degli oggetti che La circondano, delle persone care, dei suoi dolci e sereni ricordi e della sua amatissima e "indispensabile" Luna; riesce a dare scioltezza e liquidità al verso, creando una poesia di ottimo decoro lirico, senza pericoli di ingombri letterari. Una forma espressiva che, con un mio costrutto arbitrario inventato all'istante, chiamerei " ermeto - classica", nella quale il termine " ermeto " sta per la chiusura e la stringatezza dell'espressione, e il termine "classica" sta a significare la capacità di centrare e illuminare con precisione architettonica e mirabile efficacia ogni scena e ogni immagine osservata dai suoi occhi e dalla sua vista mentale. La sua non è ricercatezza stilistica, non è compiacimento letterario. È il sublime vivere poetico di una esistenza profondamente pensata; un vivere espresso con la sua voce ricca di suoni colti, elevati per un dono di Natura, poiché per un linguaggio così ricco ci sarebbe voluta molta esperienza letteraria e un tempo di vita molto più lungo. Un linguaggio, quindi, che non è frutto di moltissimi anni di studio, di una "askesis" prolungata, ma di luminosa memoria, di intelligenza veloce, di capacità di concetti, di accumulo accelerato di nozioni.

 

……….

 

Il buon lettore percepisce l'intero mondo esistenziale della Cersosimo attraverso i significati linguistici delle sue poesie. La lettura delle sue liriche può provocare momenti di gradevole e senz'altro molto utile attività mentale, principalmente per la ricchezza del  suo linguaggio, col quale riesce ad aggettivare non soltanto il reale ( paesaggi, fatti, persone, cose ), ma anche i sentimenti. Un linguaggio fatto di parole in libertà , in una caduta crescente, per ulteriori scoperte, altre definizioni, o per il semplice gusto di bravura ( non credo ), o per auspicale speranza, come lo stacco interrogante dei petali di una margherita. Un linguaggio dove le parole riccamente aggettivate sembrano un grappolo d'uva, nel quale la parola è il "graspo o raspo " e gli aggettivi sono i " chicchi o acini ". Non  ricercatezza di lessico , dunque, ma nuovi significati alle parole e nuove parole per i significati. Non c'è una parola che non dimostri una profondità di intelligenza, di cultura, di riflessione, nonché di competenza e perizia nell'uso di essa. Direi che la Cersosimo è una " verbivora", per usare un termine di Nabokov ( vedasi Ada o ardore ). La ricchezza del  suo lessico - linguaggio Le consente di dilatare il significato di ogni " etimo ", esponendone lo svolgimento linguistico al di là di un suo stadio " remoto" o " prossimo " fino a quello che potrebbe considerarsi uno stadio "futuro". Parole vecchie e nuove che creano un mondo nuovo, un mondo poetico e un mondo reale, che si realizzano e si completano a vicenda esplicandosi, con una capacità di infinite altre realizzazioni.

È veramente una cosa meravigliosa!

La Cersosimo ha creato una lingua nuova, uno strumento letterario col quale può navigare nella realtà e nella fantasia, nel finito e nell'infinito, nel noto e nell'ignoto.

Un linguaggio fatto di parole molecole con le quali può comporre e scomporre ogni corpo del mondo fisico e di quello metafisico.

Una lingua, insomma, di cui ha completa padronanza!

 

………

 

In questo suo secondo lavoro poetico si assiste ad un vero e proprio spettacolo pirotecnico della nostra amata lingua italiana. La successione cadenzata e rapida dei verbi vivifica l'azione, evidenziandone il movimento come nella successione dei fotogrammi di una pellicola cinematografica; quella degli aggettivi definisce i colori della scena, evidenziandola e illuminandola. A volte sembra che con quelle parole nuove o elaborate voglia dar voce a tutto un complesso di suoni, di voci ed immagini che frullano intorno all'idea madre. Un motivo contingente, occasionale viene nobilitato dalla ricchezza del suo linguaggio e diventa elemento di vera e universale poesia. Il suo canto ricco, naturale e prezioso risulta essere un contrappunto gioioso alla sua mesta riflessione per la sua " insalutata infanzia ". Come un bambino adopera la plastilina, facendole assumere forme diverse, a seconda di ciò che vuole fare nella sua immaginazione, così la Cersosimo restringe e allarga le parole, le fa grandi e piccole, adattandole al sentimento, al fatto o all'oggetto del momento. Parole strambe, nuove, sconosciute, col dubbio che siano storpiature dovute a refusi tipografici. Azzardate, ma ben riuscite aggiunte di parole, che sembrano fuori posto, come sfilacciamenti di un tessuto; o che sembrano venute da sole, per quel solito " dono divino " dell'ispirazione che rende poeta l'uomo. Parole a grappolo, a scalinata, a cascata, sempre più evanescenti come le declinanti, prospettiche sfumature scenografiche alla Flaiano, o come l'eco sempre più lontana dei rimbalzi di una pallina di vetro sui gradini di una scala.  La poetessa lametina Maria Cianflone ben dice: " Lisetta usa le parole in maniera disinvolta e scanzonata …". Sì , è vero!

In maniera disinvolta, perché la ricchezza del suo lessico La rende " libera ", non impacciata da alcuna difficoltà espressiva, perché può dire, esprimere tutto quel che sente e vuole.

In maniera scanzonata, perché il suo animo sereno e illuminato Le permette di superare con apparente lieve ironia e distacco la gravità di ogni situazione psicologica contingente.

Lo scorrere e il dilagare dei predicati e degli aggettivi sembrano, a volte, determinare una decostruzione del quadro  poetico descritto, scomponendone l'unità armonica e disperdendone le parti; ma non è così, perché, alla maniera della pittura elegiaca e classicheggiante di un Corot, le varie parti, i predicati, gli aggettivi, nell'insieme danno la percezione simultanea della figura e contemporaneamente la cognizione  specifica di ogni particolare sezionato, rendendo nitida l'immagine nella luminosità e nei colori.

 

……….

 

In questa " era " letteraria si è consumato ogni tentativo di alterare l'equilibrio della lingua, con la ricerca di nuove ( ?! ) forme di poesia, che non hanno provocato alcun cambiamento. Si sono aperte tante strade, ma l'esito non è stato molto soddisfacente: per ovviare alla pletora della produzione, alla banalità del contenuto, al logoro lamento d'un Io  che chiede aiuto ad un mondo da cui si astrae ( solipsismo ) , si è cercato di modellare la forma del linguaggio, rendendolo più astruso, difficile, complicato, enigmatico e … pertanto incomprensibile. Qualcuno, più capace e preparato, ha creato una forma nuova, personale della lingua, alterandone interamente grammatica e sintassi e modificandone la scrittura e il significato delle parole. Tra questi i noti Sanguineti, Ceronetti, Arbasino, Zanzotto, il primo con i suoi virtuosismi più o meno logici, il secondo con una vera guerriglia linguistica, il terzo con " l'istant - rap ", il quarto con l'esasperato tentativo di rendere evanescente ogni cosa e con il suo multilinguismo. Al contrario, invece, di poche forme perfette che, oltre alla profondità del pensiero e sentimento, offrono comprensività di contenuto e perfezione classica ( vedasi Pina Majone Mauro ), nonché ricchezza di strutture linguistiche, come la nostra Cersosimo, che non solo non offendono la lingua, ma la riportano alla sua età dell'oro, cioè a quel livello letterario che ci è stato tramandato dai grandi del " Canone".

Una forma, una struttura, quella della Cersosimo, ricca di metafore, di simboli, di timbri linguistici, con cui Ella dà alla poesia una forza attiva, che spinge a riflettere e arricchisce il linguaggio e la cultura di chi la fruisce.

 

………

 

 

 

Se il lavoro poetico di Edoardo Sanguineti è ( fu ) per la lingua italiana una " operazione linguistica ", quella della poetessa Lisetta Cersosimo si può e si deve considerare una vera e propria " rivelazione linguistica ", perché offre un uso nuovo  e più ricco della lingua, variandone e alterandone la forma, ma presentandola in tutta la vasta gamma delle sue possibilità espressive, utilizzando il ricco patrimonio dizionaristico italiano con grande perizia e sublimità d'arte.

È questa la particolarità che caratterizza maggiormente la sua poetica : un itinerario linguistico interessante e istruttivo, di alta valenza culturale. Diremo, allora, che la Cersosimo lavora con disinvoltura, senza arrecare danno alla lingua, anzi arricchendola di nuove forme e significati.  Se è stato possibile accettare la rivoluzione del tanto decantato "Gruppo 63", e se il più importante dei suoi componenti, cioè Sanguineti, ha potuto proporsi un programma sperimentale che ha provocato una vera e propria eversione linguistica, perché non accettare, condividere, valorizzare e proporre questa nuova e potente capacità linguistica della Cersosimo, in considerazione del fatto  che il suo linguaggio non altera i canoni della composizione grammaticale e sintattica di una corretta espressione?

Potrebbe esserci qualche difficoltà iniziale nella comprensione di alcuni termini, ma, superata tale difficoltà, ci si accorge che ne viene una ricchezza di significati, con relativa acquisizione di cultura per il lettore. Quanti degli innumerevoli poeti moderni conoscono i termini inusuali usati dalla Cersosimo? Diciamolo pure, possono conoscerli, ma nelle loro poetiche non ne fanno uso. Quindi tra questi poeti e la Cersosimo c'è la stessa differenza che passa tra un pittore che usa una tavolozza con dieci colori e un altro che ne usa una con cento variazioni di colori. Solo a modo di esempio e per curiosità desidero segnalare alcuni termini fra i tanti inusuali incontrati nelle sue liriche: inostro - rebuzia - nemorali - punicee - vermeil - botri foresi - tetidi dune - schiomare - ploro - tepali - kabuki - pruina - silvicoli-  spicillare - ecc … - questo fatto dà il gusto a un buon lettore di sbizzarrirsi piacevolmente nella ricerca dei significati di molti vocaboli, utilizzando un buon dizionario o una enciclopedia, e così facendo c'è l'opportunità, almeno per alcuni di apprendere cose nuove o dimenticare e arricchire il proprio sapere, la propria cultura.

Il Dalai Lama dice : "Una  sola parola può assumere quattro diversi significati corrispondenti ai quattro livelli di interpretazione, noti come i quattro modi della comprensione, ovverosia: il significato letterale, il significato generale, quello nascosto e quello ultimo."

Qual è, di volta in volta, il significato che la Cersosimo dà ad ogni suo termine? Quale quello percepito dal lettore?

Io penso che sia difficile rispondere a queste domande.

Nel momento in cui la Cersosimo, ispirata, compone la sua lirica, dà ad un certo termine un significato particolare, appropriato, come richiesto dallo stato d'animo del momento. Il modo come il lettore lo interpreterà dipenderà dallasua preparazione, dalla sua "empatia". Certo è che i significati vanno considerati di volta in volta e, in ogni caso, non sarà proprio indispensabile saperli cogliere nella loro specifica particolarità, dal momento che si rimane estatici dinanzi alla bellezza lirica dei suoi componimenti, incapaci di eventuali approfondimenti.  Nelle sue liriche la ricchezza vitale della sua psiche esplode in una ricchezza di linguaggio. In esse opera delle alchimie lessicali per rendere esprimibile ogni realtà o sensazione.

Altro che gli ermetici!

La Dickinson si chiedeva: " Sai afferrare le crespe

                                                del prato, quando il vento

                                                vi avvolge le dita?"             ( Canto 516 )

Secondo la divina Emily non è possibile, ma Lisetta ci riesce: a volte insegue l'impenetrabile e fugace bellezza delle cose, riesce ad afferrarla per un attimo e la descrive per la gioia di chi La legge e ne segue l'estasi.

 

……….

 

Il suo metodo tecnico di poetare è principalmente questo: una persona, un essere o una cosa della Natura La colpisce: Ella si pone in confronto ad essa in una posizione ideo - affettiva, per la sua particolare natura, fino a fondersi in essa, in una osmosi  totale. In questo modo, dal di dentro della cosa, ne percepisce l'essenza in tutti i suoi elementi, la scompone in tante piccole particelle, che descrive con una preziosità aurea e una minutezza di particolari, e la rende poeticamente fruibile al lettore in una immagine pittorica piena, dolce e serena. Leggendo ad alta voce una sua poesia si coglie il miracolo di un processo di sublimazione, nel quale non si estingue al primo impatto l'elemento trattato. Sta all'attento ed esperto lettore stabilire poi di cosa si tratti. Ci vuole tempo e impegno.

La Cersosimo segue il sentimento, l'impressione del momento, l'oggetto che L'ha colpita con una attenzione affettiva,  ne fa la radiografia e ne segue con serenità e dolcezza una coloritissima scomposizione analitica, descrivendo il tutto con la rara, inimitabile preziosità e ricchezza del suo particolare linguaggio.

 

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Nelle sue liriche si coglie la musica di versi veloci e il profumo misterioso di qualcosa che sfugge.

Se la sua poesia non fosse pregnante e non avesse quel " particolare nuovo ", allora si potrebbe parlare anche per Lei di " versicoli ". Infatti nel leggere si ha l'idea di un tutto armonico, di una ricchezza descrittiva che non fa cogliere il particolare del verso piccolo. Nel suo caso non si tratta di velleitaria e insignificante maniera ermetica.

Da molti critici i versi composti da una sola parola sono detti versicoli e nella stragrande maggioranza dei casi non si capisce perché si debba scrivere inutilmente una parola per rigo.

Nella poetica cersosimiana il verso piccolo, la sola parola non sono che lo spezzettamento della descrizione di una immagine, in modo che se ne colga ogni angolazione, se ne capisca ogni significato. In molte liriche l'apparente brevità ermetica viene temperata dalla ricca serie di aggettivi e verbi con cui vengono descritte le cose e le azioni, e in questo modo il componimento acquista, nel corso dello svolgimento, una esposizione omilètica, un carattere esplicativo, più piano, più conversativo.

 

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In verità c'è da dire che per alcuni componimenti sarebbe stato necessario inserire ( anche a caso, tra due trattini e in qualsiasi posto ) la parola chiave, il nome del soggetto - oggetto della poesia stessa. Di cosa parla il poeta in questa poesia? E già, perché a volte non si riesce a capire il significato di quell'insieme di metafore, se non si conosce il soggetto o l'oggetto al quale si riferiscono. In alcune poesie il pensiero si rizza in verticale, si sublimizza, come per rincorrere un grado più alto di purezza, e allora l'immagine evocata si rende invisibile, si perde nella rarefazione di una metafora sconosciuta e la poesia diventa incomprensibile in tutto o in parte.

Esempi: "Contrapposizioni", "S'è fatto tardi", "Nereide". In questi casi avrei consigliato più chiarezza. Ad un certo punto, in una delle poesie ci si imbatte in un termine che ci lascia di stucco. Un termine che, pur presente nella Treccani e nei migliori dizionari della lingua italiana, noi ( che, più che istruiti e educati da lezioni ed esempi, siamo stati repressi da mille indiscutibili ed inspiegati tabù ) avevamo collocato fin da giovani in un angolo morto, ritenendolo osceno e indicibile, perché relativo ad una azione sessuale. Veramente tale e tanta la meraviglia nel vederlo comparire all'improvviso nel corso del componimento, perché, oltre a risultare appropriato in quel punto, viene usato nel suo effettivo valore semantico. E allora il termine, che prima risultava obsoleto per una ( presunta, falsa ) necessità etica, risorge in questa occasione poetica e riacquista il suo meraviglioso significato: uno slancio vitale, un grido alla vita, uno sbocciare gioioso, un prorompere impetuoso, vivo, carico di infinite estensioni future:

 

" … sborreranno le gemme …",

da " Come figlie alle madri "

 

Una genuina, originale rarità, una provocazione, un azzardo linguistico che centuplica l'energia e l'efficacia dell'espressione cersosimiana.

 

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L'accostamento a Sanguineti , Ceroneti, Arbasino, Zanzotto non era per similitudine, semmai per l'analogia della novità, della particolarità dell'accadimento linguistico, del facile giuoco con la lingua italiana.

Non è l'accanimento di Zanzotto con lo sfoggio delle sue parole multilingue per definire un " finito " che alla fine si presenta incerto, inesatto, a volte anche incredibilmente indefinibile.  La Cersosimo usa il suo ricco e colto linguaggio per rendere col massimo realismo i momenti dell'anima e gli aspetti multiformi della Natura. Sì, anche nella sua poetica si incontrano le tre coordinate del percorso poetico di Zanzotto, Natura, psiche e linguaggio, ma la resa poetica della Cersosimo è più concreta, più solida, più illuminante, perché Ella fa rivivere un pensiero, un paesaggio: lo ricrea, lo cesella, lo colora, ne toglie ogni negatività, ne fauna copia perfetta, un dagherrotipo o un fotogramma che potrà essere usato e goduto nel tempo. Il linguaggio della Cersosimo non è un bricolage multilingue, un metalinguaggio, non è espressione ermetica, non è neanche il naturalismo di Pascoli o di Balzac; è un linguaggio che, a causa di tentativi maldestri e supposte bravure, noi italiani stiamo rischiando di perdere.

 

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La Natura, l'anima, il linguaggio. Nulla va alla deriva, tutto si concentra nel tema esposto, trattato, perché l'apparente fluire dei verbi degli aggettivi verso tante direzioni non dirada i concetti, ma li plasma, li concretizza, li riveste, li spiega, li arricchisce. Non è sfoggio di vocaboli, è una necessità di ulteriore perfezione pittorica, che la Cersosimo può permettersi, stante il " dono naturale " del suo ricco linguaggio.

Lo scorrere di verbi e aggettivi non mira a dare più significati alla " cosa ", ma a rendere l'esattezza, a dare ad essa quel significato particolare, specifico del momento, ancora più completo, con più angolazioni, come se fosse in movimento. Nello stesso tempo si possono seguire le reazioni psichiche della Autrice, nel corso di successive, subitanee frazioni di tempo. Non è un metalinguaggio, dicevamo, come quello di tutta l'opera di Zanzotto. Quello della Cersosimo è un desiderio di canto, di bellezza poetica, che rende perfettamente, totalmente l'immagine della

" cosa ". di ogni fatto trattato nei componimenti alla fine resta una immagine quasi reale, plastificata, che dura nel tempo, come per una sospensione temporale. La Cersosimo esplora le sue esperienze interiori e i suoi stati d'animo e li definisce con una esattezza descrittiva, in una forma particolareggiata, minuziosa e veritiere al massimo, servendosi magari di piccoli particolari concreti, casalinghi, momentanei. Le sue naturali, legittime pulsazioni interiori si riflettono in coloratissimi ed intensi paesaggi dell'anima, che la sua poetica rende in una meravigliosa

 

" gamma di begli effetti aurorali o di chiaro di luna ".

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" adesso c'è una folla innumerevole di tessitori che sulle trame antiche tessono fili nuovi. "

Lisetta Cersosimo è uscita da questa folla vociante di scrittori e poeti sconosciuti; ha oltrepassato, al di qua,  le metaforiche Colonne d'Ercole del mondo letterario finora esplorato e canonizzato, entrandovi a ben diritto per la sua naturale e non comune capacità linguistica innovativa, che potrebbe far rivivere e dare un senso logico alla poetica italiana.

La sua una singolare operazione letteraria!

 

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L'onestà e dichiarata definizione del " suo mondo limitato ", se da una parte La assolve dalla presunzione al mondo ( caratteristica di ogni artista ), dall'altra rischia di limitare la portata della sua poetica, la quale, anche se espressione e figurazione di quel " mondo limitato ", si presenta invece in una forma nuova, impensabile e introvabile fino ad un " ieri letterario ", tanto da costituire da sola la voce e l'immagine di un mondo - altro: un mondo di parole che non hanno bisogno di riferirsi alle proprie naturali significanze, ma che da sole trasmettono, nella loro scintillante ricchezza, un insieme contemporaneo di linguaggio e pittura, di parole e colori.  Alla fine della lettura di alcuni componenti al lettore, a volte, non resta l'idea madre o la scena che essi vogliono trasmettere, ma anche e piuttosto la meraviglia d'una scoperta epifanica e la piacevolezza della percezione di un gusto e di un suono nuovi e raffinati.

Una " rivelazione " che potrebbe essere il primo tassello di un rilancio della poesia, in un momento in cui un eccesso di produzione e di insignificanza la stanno portando a morte. Personalmente la ritengo una nuova proposta di stile espressivo, difficile ad imitare. L'opera poetica della Cersosimo, naturale e intelligente, quantunque possa non essere ancora conosciuta dalla accademia letteraria e passare inosservata nell'insieme dell'oceano editoriale, costituisce senza dubbio un eclatante caso di nuova poesia, degna di una sua meritevole collocazione autonoma e paradigmatica nella storia dell'estetica.

 

" Rinasceranno mai quei bei giorni

du gouffre interdit à nos sondes,

comme montent au ciel les soleils rajeunis

après s'ètre lavés au fond des mers profondes? "

 

E ancora: " … poiché la memoria, introducendo il passato nel presente senza alterarlo, qual era nel momento in cui era esso presente, sopprime appunto quella grande dimensione del Tempo secondo la quale si attua la vita."

L'opera poetica della Cersosimo è importante proprio perché con essa l'autrice ha fatto qualcosa che non tutti sono capaci di fare: con il suo linguaggio modellato e plasmato è riuscita a fermare il tempo, attutendo l'impatto tra il rimpianto delle cose passate e lo scorrere inesorabile e triste del tempo presente, tra la consapevolezza del passato , da cui bisogna prendere ciò che rimane e staccarsi da ciò che deve finire, e la necessità di guardare avanti non tradendo le proprie radici.

La Cersosimo ha creato un'opera speciale, una poetica speciale, una forma originale ancora ignota, un metodo che pochi potranno imitare.

 

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La poesia della Cersosimo potrebbe infliggere una cesura netta ad un passato poetico non troppo felice ed imprimere una svolta alle nuove tendenze, a spingerle, cioè, verso un nuovo percorso migliorativo, alla ricerca di forme espressive più corrette, più impegnative, più letterarie. È vero che i processi della modernizzazione spingono la società sulla strada di vertiginosi avanzamenti e mutazioni continue, ma una forma espressiva che presenta una naturale ricchezza nella sua struttura non è destinata ad essere superata col tempo e diventare obsoleta.

Pertanto ritengo che la poetica della Cersosimo durerà nel tempo, proprio perché è frutto di una cultura profonda, espressa in forma altamente artistica, e di sentire umano intenso e pacato, e perché è un insieme di spiritualità, di musicalità e colore.

 

……….

 

Al termine di questo mio " tentativo di lettura " dell'opera di Lisetta Cersosimo devo riconoscere che chi lo leggerà potrà trovarvi alcune eventuali imperfezioni; per esempio, si potrà ritenere la mia dissertazione lunga, disordinata, ripetitiva.

La lunghezza devo dire che non è tanta. Avrei dovuto e voluto dire molto di più. Se avessi esaminato il libro con intento ermeneutico ed esegetico, per ogni parola, per ogni verso, per ogni poesia, come si è fatto per la " Commedia " di Dante, il mio scritto avrebbe dovuto essere almeno dieci volte più lungo.

Il disordine dei vari passaggi è dovuto alla brevità del commento, che mi ha costretto a passare da un punto all'altro per salti, senza seguire un ordine logico prestabilito.

La ripetitività, in particolar modo quella delle espressioni "ricchezza di linguaggio " o " linguaggio ricco ", è voluta, intenzionale, perché con quelle espressioni ho cercato di evidenziare la caratteristica principale che distingue l'opera poetica di Lisetta Cersosimo.

Evidenziare ed illustrare quel … quid … che la caratterizza e la rende meritevole di dignità letteraria.

Espressioni reiterate per imprimere bene l'idea nella mente del lettore, per ingrandire l'eco di questa " scoperta " nel mondo difficile, sordo e incomunicabile della cultura odierna.

Non me ne voglia la poetessa Lisetta Cersosimo, se non avrò centrato l'argomento, se non Le avrò fatto cosa gradita.

Come ho detto all'inizio, il mio commento - giudizio di attento lettore, non accademico e strambo quanto possa essere, è soltanto … il mio commento, l'insieme delle mie riflessioni: per me che ho goduto delle immagini, dei suoni e dei profumi che la sua opera mi ha meravigliosamente offerto.

 

Pasquale Funaro

 

 

 

Avigliana, agosto / dicembre 2001

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